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di Andrew Moseley

Art Advisor

Education Programs – Manchester City Council.

 

Un esperimento artistico e sociale quanto mai affascinante sta prendendo forma ben lontano dalla convenzionale galleria d’arte, in una caserma abbandonata di Treviso e nel contesto dell’attuale crisi economica. In questo momento storico carico di tensioni, esiste il pericolo di esasperazioni e reazioni locali basate su differenze culturali o nazionali.

In questi tempi tormentati, l’arte potrebbe sembrare di scarsa importanza. Eppure artisti, curatori, architetti, musicisti e insegnanti hanno sviluppato una nuova forma di laboratorio con diversi gruppi e comunità.

 

Django si occupa di questioni quali il conflitto politico, l’immigrazione e l’emergenza casa, collegando le sue pratiche artistiche a questioni di mobilitazione sociale, politica e culturale. La mia esperienza di tale progetto è cominciata a giugno, in una calda sera estiva. Invitato dal curatore Fabrizio Urettini, ho attraversato la città e mi sono addentrato in una zona distante dalle mura medievali e dalle piazze rinascimentali, una zona dove i capannoni industriali improvvisamente incombono e gli edifici sono circondati da recinzioni metalliche improvvisate. Urettini e un altro membro del centro mi hanno aperto i cancelli del Django e ho fatto ingresso in uno spazio colmo di lavori terminati, lavori in corso, e lavori appena cominciati o solo immaginati. Immediatamente di fronte all’entrata c’è un piccolo giardino, dietro una sala concerti e bar, alla sinistra ci sono spazi culturali equipaggiati con materiali e tavoli da lavoro, in altre zone ci sono aule studio e laboratori. Ero stato invitato a un incontro progettuale all’interno dello spazio. I partecipanti sono arrivati un po’ alla volta e dopo delle rapide presentazioni ci siamo seduti attorno a un tavolo nel cortile con un insolito gruppo di accademici, politici, operatori sanitari, studenti e attivisti trevigiani. Si sono aggregati qui per comunicare liberi dalle pressioni legate ai loro ruoli ufficiali e per facilitare il dialogo tra i vari gruppi. Per evitare le limitazioni proprie dei controlli burocratici, hanno trasformato il workshop in uno spazio culturale alternativo. La creazione di una foresteria dove i senza dimora possono dormire in un ambiente sicuro è di per sé un lavoro creativo, non fatto con tela e pennelli ma tramite attivismo politico e sociale.

 

Ci sono anche una palestra e spazi per installazioni e proiezioni cinematografiche, di modo che i giovani possano trascendere i cliché pregiudizievoli su di loro che i media diffondono. Non si tratta di un movimento artistico formale e ha collegamenti con le tradizioni post-’68 dell’arte comunitaria britannica e le statunitensi performance basate su eventi, che hanno ripensato il ruolo dell’artista nella società. Il critico francese Nicolas Bourriaud descrive questo genere come “relazionale estetico”. Il progetto del CS Django, anche se non è un’opera d’arte nel senso tradizionale della produzione di oggetti, crea uno spazio aperto in cui i rappresentanti possono usare la conversazione come un elemento integrale del proprio lavoro. Esso si concentra su un insieme di eventi propositivi che vanno al di là dei muri di una galleria, connettendo esperienze di cooperazione con l’attivismo politico. I membri del Django hanno collaborato per rappresentarsi in modo diretto e sincero, affrontando le variabili politiche ed economiche che determinano le loro vite.

 

Il loro lavoro è fluido e dinamico, le sue molteplicità includono significati propri del mondo artistico ma anche attività educative che offrono una coscienza politica radicale assente dalle istituzioni educative ufficiali. Non vedo l’ora di avere ulteriori notizie del loro progetto, che contribuisce a ridefinire la nostra comprensione del lavoro artistico.

 

 

English Version

 

Text by Andrew Moseley

Art Education Programs – Manchester City Council

 

A most intriguing art and social experiment is being created far outside of the conventional art gallery at a abandoned army base in Treviso, Italy, in the shadow of the economic crisis. In this tense historical moment, there is a danger of local aggravation and defensiveness based on differences of culture, politics, class and nationality. At this fraught time art may seem of little importance yet artists, curators, architects, musicians and teachers have developed a new form of workshop with diverse groups and communities. Django addresses such issues as political conflict, immigration and the problems of homelessness in the region.

My experience of the project began on a warm summer night in June. At the invitation of curator Fabrizio Urettini I walk across town and enter an area of the city away from its medieval walls and renaissance squares, where factory buildings loom large and unattended, and makeshift steel fences enclose spaces. Urettini and another member open the gates to Django and I walk into an immense space filled with work done, work in progress and work just beginning to be imagined. Directly ahead of me is a small garden area; behind sits a performance space and bar; to the right are educational areas that are fitted with worktables and materials; elsewhere are study areas, stage sets and studio spaces. I was invited along to a meeting amongst the collective who link its artistic practice to issues of social, cultural and political advocacy. The members of Django arrive one by one, and after brief introductions we sit around a table in the grounds with an unusual gathering of academics, politicians, health workers, students and activists from the city of Treviso. They have been brought together to communicate outside of the pressures of their official status and to facilitate dialogue amongst diverse groups. In the context of an art project participants make statements protected from direct media enabling them to respond to problems. Feeling constrained by the limitations of bureaucratic control they have turned the workshop into an ideological alternative space. The creation of a boarding house, where homeless people may sleep and a safe environment to access heath services is in itself a creative work, not made with canvas and paint but with social and political activism. A gymnasium for the young people of Treviso to take control of their health and elsewhere on the site, installation and projection spaces so teenagers may transcend the prejudiced clichés about themselves in the media are all organised around a series of exchanges. This is less of a formal arts movement and has connections to the community art tradition post 68 in the United Kingdom and performance based happenings in the United States that rethought the artist’s role in society. French critic Nicolas Bourriaud describes this genre as the relational aesthetic.

The CSO Django project, although not a work of art in the traditional object making sense, creates an open space where participants may use conversation as an integral element in the work. This focuses on a set of positive happenings for all beyond the gallery walls, connecting collaborative experience with social and political activism. The Django members have collaborated to represent themselves directly and sincerely, tackling the political and economic factors that determine their lives. Their work moves across place category and time. Its multiplicities include meanings in the art world of course, but also the educational activities offer a radical political consciousness that is missing from most formal education institutions. I look forward to seeing more of their vision as they redefine our understanding of the work of art.